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Ex Ilva, Confartigianato chiede il forno elettrico entro l’anno

L’associazione sollecita una decisione pubblica sul primo impianto EAF a Taranto e indica Port Talbot come modello industriale possibile.

La transizione dell’ex Ilva passa dal primo forno elettrico, ma per Confartigianato Taranto il punto decisivo è uno solo: aprire il cantiere. L’associazione, con il segretario generale Fabio Paolillo, chiede che l’impianto diventi un impegno pubblico con tempi certi, anche nel caso in cui le trattative con operatori internazionali dovessero rallentare o non chiudersi positivamente.

Il nodo del forno elettrico ex Ilva

Secondo Confartigianato, la decarbonizzazione del siderurgico è ferma a piani e dichiarazioni, mentre manca l’avvio concreto dei lavori. La richiesta è di partire subito con il primo EAF, il forno elettrico ad arco, considerato una soluzione più rapida e meno impattante rispetto ad altri modelli industriali.

Il riferimento indicato è Port Talbot, in Regno Unito, dove la trasformazione dell’acciaieria prevede la chiusura degli altoforni e l’avvio di un forno elettrico alimentato a rottame. Per l’associazione tarantina, quel percorso dimostra che una scelta industriale netta può essere sostenuta da una regia pubblica e da risorse condivise tra Stato e privati.

Costi, lavoro e futuro della città

Confartigianato stima per un primo forno elettrico un investimento tra 1 e 1,5 miliardi di euro, con una capacità produttiva di 2-3 milioni di tonnellate annue. Una cifra ritenuta sostenibile se collegata alle risorse pubbliche già destinate al sistema siderurgico e al coinvolgimento di operatori italiani del settore.

Resta però aperto il tema sociale. La transizione, secondo l’associazione, potrebbe comportare una riduzione strutturale dell’occupazione rispetto al ciclo integrale, con effetti su migliaia di lavoratori. Per questo Confartigianato chiede un piano di diversificazione economica e ricollocazione, con formazione concreta e incentivi rivolti alle imprese in grado di assorbire nuova occupazione.

La posizione è chiara: Taranto non può restare bloccata nell’attesa di un accordo industriale senza scadenze. Il siderurgico, una volta decarbonizzato e ambientalizzato, dovrebbe diventare una parte dell’economia cittadina, non più il centro esclusivo del futuro del territorio.

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