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Ex Ilva, la Corte d’Appello ordina lo stop dell’area a caldo entro 90 giorni

La Corte d’Appello di Milano ha disposto la sospensione dell’attività dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico di Taranto. Gli impianti potranno ripartire soltanto dopo la rimozione integrale dell’amianto e il rientro delle emissioni di polveri sottili entro limiti di sicurezza.

La Corte d’Appello di Milano ha ordinato la chiusura dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto entro 90 giorni.

La decisione, depositata lunedì 27 luglio 2026, è legata alla presenza di amianto negli impianti e alle emissioni di polveri sottili considerate superiori ai limiti di sicurezza.

Il provvedimento accoglie la richiesta avanzata da genitori e cittadini tarantini, che avevano chiesto ai giudici di intervenire per tutelare la salute della popolazione esposta alle emissioni dello stabilimento.

Ex Ilva, cosa stabilisce il decreto della Corte d’Appello

Il decreto della Sezione impresa della Corte d’Appello di Milano stabilisce che l’attività produttiva dell’area a caldo dovrà essere sospesa entro 90 giorni.

La sospensione non avrà una durata prestabilita. Gli impianti potranno tornare in funzione soltanto quando saranno eliminate le condizioni considerate pericolose dai giudici.

Nel provvedimento, firmato dalla giudice Marianna Galioto, viene indicata innanzitutto la necessità di rimuovere integralmente l’amianto ancora presente negli impianti.

La Corte chiede inoltre l’adozione di tutte le misure necessarie per riportare le emissioni di polveri sottili entro livelli di sicurezza.

Le prescrizioni devono essere rispettate considerando lo scenario produttivo autorizzato dello stabilimento, pari a 6 milioni di tonnellate di acciaio all’anno.

Perché l’area a caldo deve essere fermata

L’area a caldo comprende gli impianti nei quali si svolgono le principali fasi della produzione primaria dell’acciaio, dagli altiforni alle cokerie.

Secondo quanto riportato nel decreto, la permanenza dell’amianto e le emissioni di polveri sottili rappresentano un rischio concreto per la salute dei residenti.

I giudici hanno quindi ritenuto necessario intervenire per evitare il proseguimento di una situazione potenzialmente dannosa, subordinando ogni futura ripartenza alla completa eliminazione delle criticità.

Il provvedimento non stabilisce automaticamente un rapporto diretto di causa ed effetto tra le emissioni dello stabilimento e i singoli casi di tumore registrati a Taranto.

La decisione riconosce, però, la presenza di un rischio sanitario collegato all’esposizione alle sostanze inquinanti e la necessità di adottare misure immediate di prevenzione e tutela.

Accolta l’azione dei genitori e dei cittadini di Taranto

La Corte d’Appello ha accolto l’azione inibitoria promossa da un gruppo di genitori e cittadini tarantini, insieme a un minore.

Il procedimento era stato avviato contro Ilva in amministrazione straordinaria, Acciaierie d’Italia Holding e Acciaierie d’Italia.

I ricorrenti avevano chiesto la sospensione dell’attività dell’area a caldo sostenendo che la prosecuzione della produzione esponesse la popolazione a rischi gravi per la salute.

La vicenda era già stata esaminata dal Tribunale civile di Milano, che nel febbraio 2026 aveva disposto la sospensione dell’attività produttiva a partire dal 24 agosto.

Contro quella decisione erano stati presentati ricorsi sia dalle società coinvolte sia dai cittadini, che contestavano la concessione di un periodo ulteriore prima dello spegnimento degli impianti.

Cosa succede adesso all’ex Ilva

La decisione della Corte d’Appello apre una fase particolarmente delicata per il futuro dello stabilimento siderurgico di Taranto.

Entro il termine indicato dai giudici dovranno essere avviate le operazioni necessarie alla sospensione dell’area a caldo, salvo eventuali nuovi sviluppi giudiziari o normativi.

La chiusura dell’area a caldo avrebbe conseguenze rilevanti sulla capacità produttiva dell’ex Ilva, sull’organizzazione dello stabilimento e sulla posizione dei lavoratori diretti e dell’indotto.

Il provvedimento arriva inoltre alla vigilia del confronto convocato a Palazzo Chigi per il 28 luglio 2026 con le organizzazioni sindacali, chiamate a discutere con il Governo il futuro industriale e occupazionale del gruppo.

Salute, lavoro e produzione: il nodo irrisolto di Taranto

La nuova pronuncia conferma quanto la vicenda dell’ex Ilva continui a muoversi lungo tre direttrici difficili da conciliare: la tutela della salute, la salvaguardia dell’occupazione e la continuità della produzione siderurgica.

La Corte d’Appello ha indicato una condizione precisa: l’attività dell’area a caldo non potrà proseguire senza la rimozione dell’amianto e senza interventi capaci di garantire emissioni compatibili con la sicurezza della popolazione.

Il futuro dello stabilimento dipenderà ora dalle iniziative delle amministrazioni straordinarie, dalle decisioni del Governo e dagli eventuali ulteriori passaggi giudiziari.

Per Taranto, la pronuncia rappresenta comunque una svolta destinata a incidere profondamente sul futuro della fabbrica e dell’intero territorio.

IA utilizzata come assistenza redazionale; testo verificato, modificato e approvato dal direttore.

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