I due imprenditori agricoli arrestati nell’inchiesta sulla morte di un lavoratore di origine indiana si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Le accuse contestate, ancora da verificare nel procedimento, riguardano anche caporalato, sfruttamento del lavoro e disastro ambientale.
I due imprenditori agricoli arrestati nell’ambito dell’inchiesta sulla morte di un bracciante a Laterza si sono avvalsi della facoltà di non rispondere davanti al giudice per le indagini preliminari.
I due indagati, legati da un rapporto di parentela e attivi nel settore agricolo e zootecnico, non hanno risposto alle domande durante l’interrogatorio di garanzia tenuto dopo il loro ingresso in carcere.
La decisione di avvalersi della facoltà di non rispondere rappresenta un diritto previsto dall’ordinamento e non equivale a un’ammissione di responsabilità.
Le accuse contestate nell’inchiesta di Laterza
L’indagine riguarda la morte di un lavoratore di origine indiana impiegato in un’azienda zootecnica del territorio di Laterza.
Gli investigatori contestano ai due imprenditori, a vario titolo, le ipotesi di omicidio colposo, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, comunemente indicata come caporalato, e disastro ambientale.
Si tratta di contestazioni formulate nella fase delle indagini preliminari, che dovranno essere verificate nel corso del procedimento giudiziario. Per entrambi gli indagati vale il principio costituzionale della presunzione di innocenza fino a un’eventuale sentenza definitiva.
L’ipotesi dello sfruttamento dei lavoratori
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, i lavoratori impiegati nell’attività sarebbero stati sottoposti a condizioni particolarmente gravose e privi delle necessarie tutele.
Avrebbero lavorato per più di dieci ore al giorno ricevendo, secondo quanto emerso dalle indagini, una paga inferiore a tre euro all’ora.
Gli accertamenti riguardano anche il presunto mancato versamento di stipendi e contributi. Il risparmio ottenuto attraverso queste condotte viene quantificato dagli investigatori in circa 180mila euro.
Anche questa ricostruzione rappresenta, allo stato, l’ipotesi accusatoria e dovrà essere sottoposta al vaglio dell’autorità giudiziaria.
Gli accertamenti sul presunto danno ambientale
Un altro capitolo dell’inchiesta riguarda la gestione dei rifiuti prodotti dall’attività agricola e zootecnica.
Gli investigatori avrebbero individuato una vasca nella quale sarebbero stati riversati materiali e sostanze di diversa natura, evitando le procedure previste per il corretto smaltimento.
Il presunto risparmio economico legato alla gestione irregolare dei rifiuti ammonterebbe a circa 170mila euro.
Gli accertamenti ambientali sono ancora in corso e dovranno chiarire quali materiali siano stati effettivamente depositati, l’eventuale contaminazione dell’area e le responsabilità delle persone coinvolte.
La morte del bracciante e il prosieguo delle indagini
La vicenda giudiziaria trae origine dalla morte del lavoratore, avvenuta circa due anni prima dell’esecuzione delle misure cautelari.
Gli inquirenti stanno cercando di ricostruire le condizioni nelle quali l’uomo lavorava, le tutele concretamente garantite all’interno dell’azienda e l’eventuale collegamento tra le condotte contestate e il decesso.
Dopo la scelta degli indagati di non rispondere, l’inchiesta proseguirà attraverso l’esame della documentazione acquisita, le testimonianze dei lavoratori, gli accertamenti tecnici e le verifiche sulla gestione dell’impresa e dei rifiuti.
La posizione dei due imprenditori resta al vaglio della magistratura. Le accuse dovranno essere provate nelle successive fasi del procedimento, nel pieno rispetto del diritto di difesa e della presunzione di innocenza.








